VIAGGI: 2616 miglia di California

In questi giorni, in cui la California sta affrontando un incendio devastante, ho deciso di raccontarvi quello che è stato il nostro viaggio MERAVIGLIOSO in quei posti… nemmeno due mesi fa.

Non eravamo mai stati in California, ma non abbiamo voluto organizzare il viaggio in modo metodico. Gio e io siamo di base estemporanei e itineranti, ed è così abbiamo intrapreso questo road trip. Prima di partire abbiamo prenotato solamente auto (Alamo), hotel della prima notte e giro in mongolfiera (must have).

L’idea era più o meno chiara: partire da San Francisco, salire nella Napa Valley, Yosemite, Death Valley, Las Vegas, Grand Canyon, Giant Forest e Sequoia National Park, Los Angels per poi farci tutta la costa panoramica per risalire a San Francisco, che abbiamo optato per visitare per bene gli ultimi giorni e non appena arrivati. E non ci siamo pentiti!

 

Giorno 1

Siamo arrivati a San Francisco nel pomeriggio. Auto recuperata in aeroporto, ci siamo diretti in città. Salite e discese come quelle che ti aspetti da San Fran. Particolare e famosa è Lombard street, tra Hyde Street e Leavenworth Street, dove la carreggiata ha otto ripidi tornanti.

Abbiamo poi attraversato il Golden Gate e ci siamo fermati oltre, in un punto panoramico per poterne apprezzare l’imponenza. Ad una certa , in un paio di ore, siamo arrivati a Napa, al nord di San Fran, dove avevamo prenotato al Wine Valley Lodge.

 

Giorno 2

La sveglia è suonata alle 5.30, ma noi eravamo già svegli grazie alle 9 ore di fuso. Colazione da Model Bakery (ottima) offerta dall’organizzazione (Bog ol’ balloons) per poi essere condotti verso le mongolfiere! Pazzesco. Se vi capita, fatelo!

Verso le 10, tornati a terra e salutato tutti i nostri compagni di esperienza, eccoci pronti per la successiva tappa: Yosemite Park. Un Subway veloce a Mariposa, prima di entrare nel parco. Ingresso 35$. Arrivati al primo point of view abbiamo potuto ammirare il panorama, gli spazi immensi. Ma sarò franca (lo so che state pensando “Angela Franca Varani”), le nostre Dolomiti non avevano nulla da invidiare a quello che stavamo vedendo, nonostante fosse molto bello. La vera sorpresa è stata, invece, l’attraversare tutto il parco, con il paesaggio in continua trasformazione. Ad un certo punto scorgiamo un laghetto… che fai, non ti tuffi?

Ci siamo poi fermati a dormire a Bishop, all’ Elms Motel. Nulla di che, ma nulla di male.

 

Giorno 3

La strada verso la Death Valley ci ha offerto panorami pazzeschi e differenti. Breve tappa a Lone Pine prima di riprendere il viaggio verso lo Zabriskie Point.

Il paesaggio brullo e desertico si è evoluto con diverse tonalità di colore, sabbia e rocce dal classico ocra sabbia, a rocce verdi, rosse, azzurre, per poi arrivare ad un bianco candido di saline con quei 50° che non sono per nulla uno scherzo.

Golden Canyon, Dante’s view, ma soprattutto la faticosa Badwater sono esperienze e non semplici luoghi.

Paesaggi a perdifiato… una vastità impossibile da raccontare… strade infinite, distanze infinite di nulla. “Solo”, si fa per dire, panorama.

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Per la sera avevamo prenotato, il giorno stesso ovviamente, a Las Vegas. Su Booking gli hotel andavano dalle 18€ in su… alla fine avevamo optato per una super suite a 57€. Abbiamo accettato un upgrade di 20€, e arrivati là abbiamo scoperto che non erano considerati 40$ di tasse. molto bene. Ad ogni modo NE VALEVA DAVVERO LA PENA! La suite dell’ MGM Luxory Hotel era al venticinquesimo piano (vi lascio immaginare la vista su Las Vegas), con jacuzzi e tutto quello che potete desiderare da una camera di lusso.

Dopo l’esperienza in Death Valley ci voleva davvero per rigenerarci!

 

Giorno 4

Sveglia presto. Direzione Grand Canyon!

Che vi devo dire di nuovo che già non sapete sul Grand Canyon. Posso solo dire che non delude l’aspettativa. E’ uno di quei posti che ti fa anche riflettere sulla natura, sul nostro pianeta e su quanto siamo piccoli.

Per comodità di percorso ci siamo fermati a dormire ancora a Las Vegas, in un hotel meno lussuoso, il Circus. Spenderò pochissime parole su Las Vegas. La fauna umana che si aggirava per le strade è stata un po’ deludente… forse perché noi eravamo tra i pochissimi sani…

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Nel rientrare a Las Vegas, la sera, abbiamo percorso un pezzo della famosissima Route 66 scovando uno shop davvero magico. Per arrivarci, visto che per quel pezzetto guidavo io, ho ovviamente sbagliato strada e siamo finiti un uno sterrato…

 

Giorno 5

Da Terrible’s Road House abbiamo mangiato i donuts più buoni di tutta la vacanza, tappa necessaria prima di arrivare, dopo più di 7 ore di guida, al Sequoia National Park. Indescrivibile. Passeggiare  nei sentieri tra alberi giganti, respirando legno e natura… bellissimo.

Siamo poi andati a visitare il Generale Sherman, che cresce nella Giant Forest, che contiene cinque dei dieci alberi più grandi del mondo in termini di volume di legno.

Arrivata la sera, abbiamo deciso di fermarci a Bakersfield, non un luogo con attrazioni, ma semplicemente un paesino tra noi e Los Angeles. Un paesino, appunto, che vive di estrazione del petrolio, MA che abbiamo presto scoperto essere la patria del Country. Vicino al nostro Quality Inn Suites siamo andati a cena al Buck Owen’s Crystal Palace… un posto fantastico!

Abbiamo mangiato carne ottima come se non mangiassimo da giorni durante il concerto di Tyler Rich (che non conoscevamo, ma che ora fa parte della nostra playlist pop-country di Spotify). Poi tutti che ballavano super-coordinati. Che serata!

 

Giorno 6

A Los Angeles siamo arrivati in un paio d’ore. Prima di mezzogiorno avevamo già affrontato la salita sotto al sole per raggiungere l’Osservatorio di Griffith. Da lì si vede tutta la città.

Passeggiata ad Hollywood (la Walk of Fame ‘na cagata pazzesca) e un giro in auto per Beverly Hills. Prima di arrivare a Santa Monica e Venice Beach. Los Angeles non c’ha conquistato, tanto che per cena siamo andati in un ristorante consigliato da un nostro amico a Malibù: il Paradise Cove.

Il motel per quella sera ( il Relax Inn a Los Angeles) era al limite del paradosso. Il Balcony millantato nell’annuncio aveva una porta finestra che non si chiudeva e che, come Macgyver,  ho legato sapientemente. Il balcone, inoltre, ospitava l’insegna rossa luminosa e sgangherata del motel… avete presente quei motel dei film dove di solito ammazzano qualcuno? Ecco.

 

Giorno 7

Alla buon’ora partiamo per Santa Barbara. Spiaggia carina, ma a noi piacciono i porti, o dove troviamo pesci e pescatori e quella vita da marinai (perché noi, dentro, ci sentiamo un po’ così, ahaah). Il Santa Barbara Harbor è stato costruito nel 1929, attraverso un pontile in legno si arriva al suo cuore dove si trovano negozietti , bar e ristoranti come la Fish house  e il Deep Sea Tasting Room. La sera giretto per il centro e birra da Eureka! prima di rientrare in albergo.

Giorno 8

Una passeggiata sulla spiaggia la mattina è quello che ti fa iniziare bene la giornata. 1000 Steps Beach è in un bel quartiere e ci si arriva scendendo, appunto, 1000 gradini. Anche il porto di San Luis ci ha dato grandissime soddisfazioni. e al Mersea’s Avila Beach abbiamo pranzato in modo divino. Pesce fresco, birra fresca seduti al porto guardando i leoni marini. LA FELICITA’.

Nel pomeriggio ci siamo spostati verso Morro Bay, dove al Morro Crest Inn abbiamo trovato una signora super gentile.  Un centro minuscolo, ma bello, molto rilassante. Attrazione del posto il Morro Rock, questo monte che svetta dal mare. Per cena hamburger top da Beach Burger e poi a nanna.

 

Giorno 9

Ultima tappa prima di San Fran: Monterey. L’Old Fisherman’s Warf è un porto molto commerciale, ma molto caratteristico. Una domanda mi è rimasta: ma perché, secondo voi, era pieno di negozi di caramelle? Mah…

Comunque, tra tutti i ristoranti, abbiamo scelto un baracchino sul porto. Una clam chowder spaziale! Ma buona, buona!  Io non l’avevo mai mangiata, ma è stata una roba da volar via (per usare un termine da critico gastronomico). Un po’ di shopping nel pomeriggio e la prenotazione per la mattina seguente per il Whale Watching. Per cena abbiamo optato per l’esperienza “food delivery” di Panda Express. Il fattorino, uscito da un tipico film, ci ha bussato addirittura alla porta della camera per consegnarci il cibo. Gioia vera.

 

Giorno 10

Finalmente il “giorno delle balene” è arrivato! Sveglia all’alba e tazzona di caffè solubile (che scoprirò presto essere stata una pessima idea). Ci imbarchiamo insieme ad un gruppo di persone e ci allontaniamo rapidamente dalla costa. La barca è abbastanza piccola, il mare è grosso e il tempo non è dei migliori. Arriviamo dopo un’oretta al largo. Leoni marini e delfini si palesano molto presto e poi finalmente in lontananza una schiena grigia, lucida emerge per poi sparire dando un colpo di coda. Le balene! Per me lo spettacolo dura ancora per pochino perché sento il mare nella gola. Il mio colorito è verdastro. Vomito. Tre volte. Tutto il caffè. Ma per vedere le balene rivomiterei altre 100 volte. Oppure, più probabile, mi bomberei di cose per non vomitare…

Freschi come delle rose, a fine esperienza, non perdiamo tempo e ci buttiamo in macchina per arrivare a San Francisco entro le 3p.m, ora in cui è fissata la riconsegna dell’auto. Al pelo, ma ce l’abbiamo fatta! Passeggiamo fino all’Aida Plaza Hotel, a Soma, per fare il check in. Nel pomeriggio siamo stati a Mission District alla ricerca dei famosi murales.  La sensazione è stata strana. il quartiere del nostro albergo non era un bel quartiere e non c’era della bella gente. Non ho mai visto così tanti scoppiati tutti insieme. Gente che probabilmente aveva solo ore di vita… molto degrado e molta tristezza. Mission invece carino, ma siamo tornati in albergo un po’ così, straniti.

Giorno 11

Alloggiando comunque nel centro di San Francisco, a un minuto dalla metro, spostarsi è stato molto comodo e semplice. Così, in qualche fermata abbiamo raggiunto il nord della città: North Beach e il suo Fisherman’s Wharf. Da lì, noleggiate due biciclette, abbiamo pedalato fino ai piedi de Golden Gate per poi tornare in tempo per pranzo. L’acquisto obbligatorio di due cappellini americani fighi e poi clam chowder e aragosta… sempre prese in un baracchino al porto (Lou’s Fish Shack).

Poi abbiamo passeggiato per tutto il resto della giornata. Russian Hill, Chinatown (bellissima!) e Union Square fino a tornare in Hotel. La cena da K-OZ ci è piaciuta, come ci è piaciuto il posto.

 

Giorno 12

Con BART (treno) abbiamo raggiunto comodamente l’aeroporto SFO. L’aereo è partito in orario, peccato che dopo un’ora e mezza di volo una voce ha annunciato che c’era un problema con il carburante e che saremo ritornati a San Francisco. Riatterati al punto di partenza non vi sto nemmeno a raccontare il casino. Siamo ripartiti la sera, verso le 9p.m, perdendo la coincidenza a Francoforte, che fortunatamente era stata rischedulata dalla United causa ritardo… insomma in comode 24 ore siamo arrivati a casa.

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Vi state chiedendo chi ha fatto le foto? Non credo, credo che lo sappiate già che tutta la mia vita è raccontata dalle foto di Gio ❤️.

 

La California ci ha regalato giorni ed esperienze meravigliose e ci è rimasta nel cuore.

Ora penso ai disastri di questi giorni… e non so cosa dire.

 

Angela

 

 

 

Non solo montagna – Rifugio Rosalba

Per la rubrica “Non solo montagna”, ma soprattutto “falli due passi ogni tanto”, oggi vi parlo dell’ultima passeggiata.

Arrivati in macchina ai Piani dei Resinelli (LC), abbiamo comodamente parcheggiato contro ad una siepe sulla strada e da lì, io armata di un sacco di determinazione, ci siamo incamminati verso il sentiero delle Foppe (sentiero N.9).

Ore 10.05

Mi ero un po’ documentata sulla tipologia del percorso, un “E”, 550m di dislivello per una durata di un paio d’ore. Fattibile anche per me che come sapete sono portatrice sana di fiatone.

Il sentiero inizia attraversando il bosco dei faggi, davvero caratteristico, fino ad aprirsi sul panorama della grignetta e le sue guglie.

Il terreno è rocciosissimo, ma per questo non scivoloso. Un bel su e giù per almeno un’oretta e un quarto, in cui ho dovuto utilizzare anche le mani per tenermi alle rocce.

È una fortuna che questa parte del tragitto sia principalmente all’ombra, considerando che non sono pervenuti punti con acqua potabile.

Sali e scendi, scendi e sali dai gradoni naturali si arriva ad una distesa di pendii erbosi tra le guglie della montagna e vista sul lago. Pazzesco.

Tanti gli scalatori sulle guglie.

E da lì si vede anche il rifugio e il percorso dell’ultimo tratto di sentiero da percorrere per arrivare… e sembra lì, vicino vicino… invece manca ancora mezz’ora.

Mezz’ora di una salita più lieve, ma completamente al sole.

Dopo poco comincio a sentire la fatica, guardo l’orologio: le 11.34.

“Cazzo” penso, proprio come una principessa. E penso che fino a lì ero andata così bene, avevo tenuto botta. I piedi pesanti e caldo. Chiedo a Gio di fermarci un attimo per bere.

Sono sudata e ho caldo e sto iniziando a fare fatica. Da persona adulta quale sono, a questo punto, sbrocco. Non succede spesso che io faccia tanta fatica da dover sbroccare, ma una qualche occasione è capitata. In quel momento di estremo sforzo (mancanza di fiato, più che altro) penso di non essere adatta alla montagna e mi sembra (e sottolineo “mi sembra”) di non sentirmi felice. Gio, che ha la pazienza della vita e tanto amore, mi conosce più di quanto mi conosca io cerca di motivarmi tutte le volte che cedo.

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Quindi si va avanti.

Cammino. Scocciata. Mi rifermo e bevo. E cammino in silenzio.

Cammino quasi indispettita nei confronti di una montagna tanto pretenziosa.

Cammino, testa bassa. Sto arrivando.

Mi prendo un momento col panorama che, nonostante la fatica, non posso non trovare bellissimo.

Cammino. Fino alla cima.

Ed è a quel punto che, passati un cinque minuti, mi sento felice di nuovo.

 

Ieri, nonostante fosse un sentiero di difficoltà “E”, io ho accusato, ma riuscire quando senti di non farcela è una sensazione stupenda… ma non vi dico nulla di nuovo.

Dopo la salamella con polenta (6€) s’è fatta una certa, e abbiamo deciso di rientrare.

E ciao. 

 

l’ARTE del vendersi…male

Eh sì, anche il vendersi male è un arte.

E io in questo ho almeno un Master.

Aggiungiamoci pure che non amo avere rapporti forzati con le persone per convenienza (le chiamano public relation… mah…). E’ che io non mi sforzo di piacere a tutti e questo, fa sì che quando mi relaziono con qualcuno c’è una possibilità che io in partenza non stia particolarmente simpatica, creando un potenziale pregiudizio. Attenzione sono sempre educata e cortese, ma non sono l’anima della festa, se non ho nulla da dire preferisco ascoltare e non sono curiosa dei fatti degli altri.

Per una pessima performance è importante partire male. Regola numero uno.

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Poi per peggiorare ci sono mille strade:

  • parlo della mia vita. Non terribile, ma non proprio delle più semplici. La mia storia personale spesso suscita lo sguardo “ti sono vicina”. In realtà io sono felice del mio percorso e per me è un punto di forza… ma ovviamente questo messaggio non passa mai.
  • parlo dei miei lavori, passati e futuri. Ma avendo fatto mille cose e facendo sempre lavori creativi cosa posso fare secondo voi? Minimizzo. Sminuisco quello che faccio per paura che possa suscitare quel “va beh, allora tiratela”.

Ottimo.

  • parlo di hobbies, cibo e sport? Peggio del peggio: non ho hobbies perché lavoro o mi godo la vita insieme a Gio (reazione “sbuffo”), non faccio sport ma sono discretamente in forma (reazione “sì, certo”). Per il cibo mi controllo un po’,e come una dilettante inciampo sempre nel motivare la mia attenzione nel non esagerare citando un inizio di bulimia in adolescenza (reazione “che disagio”).

A volte mi sembra di aver avuto un sacco di vite, incontrato un sacco di persone, fatto davvero un sacco di cose. Alcune pessime e alcune bellissime, importanti. Sono straripante di interessi e vivo di quelle che sono le mie passioni. Ma sono incapace nello spiegarlo, nello spiegare me.

Il risultato di una conversazione può spaziare dal disagio, al precariato, passando per presunzione mal celata alla menosità generica.

Insomma, bene ma non benissimo.😂